Tatiana, Svetlana, Liyba, Halyna, Lydia, Nadia, Elena

Una domenica pomeriggio all’oratorio della Chiesa Nuova di Loreto. In una stanza un gruppo di donne seduto attorno al tavolo chiacchiera: sono badanti ucraine nelle loro ore di pausa dall’accudimento dei nostri anziani o malati. Da dieci anni hanno a disposizione questo locale per ritrovarsi, pranzare, bere un caffè, parlare nella loro lingua:  è stato don Mario Peracchi, il precedente parroco di Loreto, a concederglielo; quello nuovo, don Mario Zanchi, ha continuato questa consuetudine; e loro si sdebitano facendo delle offerte a Natale e a Pasqua.

Tatiana, Svetlana, Liyba, Halyna, Lydia, Nadia, Elena: vengono tutte da uno stesso paese, Cernivci, nell’Ucraina Occidentale, al confine con Romania e Moldavia, dove la maggioranza parla rumeno e non ucraino. Non sono solo compaesane, alcune sono legate tra di loro anche da vincoli di parentela, e proprio questo le ha portate a venire a lavorare insieme a Bergamo, perché la prima arrivata, Tatiana nel 2002, ha poi chiamato le altre. Vicino a lei è seduta la figlia Elena, venuta a Bergamo per fare la babysitter.

Le loro storie sono per certi aspetti simili, per altre diverse.

Tutte si sono allontanate dal loro paese dopo la fine dell’Unione Sovietica, quando l’Ucraina è diventata indipendente, precipitando però in una crisi economica che non è ancora finita (anzi adesso si aggiunge anche la guerra più o meno latente con l’ingombrante vicino russo). Per guadagnare hanno incominciato a spostarsi altrove, prima in Russia, arrivando fino in Siberia come Halyna che c’è andata con il marito  per raccogliere legna con 50 gradi sottozero, o all’interno dell’Ucraina, nella regione del Donetsk, oggi teatro di guerra, come Nadia.

Halyna

Poi in Italia, a fare le badanti, per guadagnare i soldi necessari per  rescere e fare studiare i figli lasciati a casa.

Tatiana è arrivata nel 2000;  Lydia, sua cognata, Halyna, sua cugina, e Liyba sono arrivate nel 2002, tutte con un visto turistico che nel corso degli anni, a seguito di una sanatoria, è diventato una carta di soggiorno di lunga durata. Elena e Svetlana nel 2004; ultima Nadia, cugina di Tatiana e Halyna, nel 2011.

La storia di Svetlana

Molto più difficile il viaggio di Svetlana, pure lei cugina di Tatiana e Halyna, durato cinque giorni dall’Ucraina a MIlano. Dopo aver lavorato nel suo paese come  maestra d’asilo, nel maggio del 2004 parte per l’Italia, dopo aver pagato 2400 euro, con un pullmino che segue l’itinerario consueto (Ungheria, Slovenia, Italia) e con un visto apparentemente in regola. Ma le cose non stanno così. I primi problemi in Ungheria, dove trascorre una notte; quindi il passaggio in Slovenia: durante la notte Svetlana viene invitata a uscire dal pullmino insieme ad un’altra donna con la sola borsetta e un cambio biancheria e fatta salire su un altro mezzo. Questa volta però non viaggerà seduta sul sedile, ma sotto: il sedile viene smontato, le due donne sistemate in un vano sul fondo, il sedile rimontato. La raccomandazione è di non farsi sentire nel caso ci fosse un’ispezione sul pullman. Dopo un tempo interminabile vengono fatte uscire di notte e lasciate in una piazzola di sosta confinante con una boscaglia: qui devono nascondersi e attendere qualcuno che si faccia riconoscere con una parola d’ordine (“conigli”). Prelevate dal bosco alla mattina , trascorrono un altro giorno intero in Slovenia nascoste in una soffitta.

Il giorno dopo finalmente in Italia.

L’odissea di Svetlana a questo punto non è ancora terminata: a Milano non trova la donna con cui era in contatto; tuttavia riesce a parlare con il fratello di questa e ad arrivare in centro a Milano, da qui a Bergamo. Per regolarizzare la sua posizione deve aspettare il decreto sui flussi del 2006. Per fortuna - e per merito suo - a Bergamo trova famiglie che la apprezzano e danno un senso alle peripezie vissute.

Le difficoltà

Qualche volta anche il posto di lavoro può diventare pericoloso, come è successo ad Halyna all’inizio della sua permanenza, quando nessuno l’aveva avvisata che nella stessa casa dove viveva con l’anziano che accudiva c’era anche, al piano superiore, il figlio maniaco-depressivo che ogni tanto dava in escandescenze, minacciando la sicurezza del padre e della badante, costretta a barricarsi nelle stanze.

Ma le maggiori difficoltà all’inizio sono state l’ignoranza della lingua italiana  - immaginatevi che cosa significa trovarsi in un paese e non riuscire a capire quello che ti viene detto - , la ricerca di un posto di lavoro, “comprato” da mediatori ucraini, rumeni o italiani che si facevano pagare in cambio prendendosi i primi soldi guadagnati, e l’impossibilità di comunicare con le proprie famiglie in Ucraina in un’epoca in cui non c’erano ancora gli smartphone, i cellulari costavano,  ma soprattutto le tariffe telefoniche con l’estero erano proibitive: non c’erano Skype, Whatsapp e i social.

Oggi, ci raccontano, le cose sono cambiate: il lavoro si trova senza doverlo pagare, perché si è creata una rete di relazioni anche con gli italiani; la connessione internet e il wifi gratuito in città, nei centri commerciali o nelle case private permettono di sentire e vedere quotidianamente i propri cari, vedere crescere i nipotini, condividere fotografie…

La nostalgia resta ma è più facile da sopportare.

La possibilità di trovarsi insieme a delle amiche, compaesane e parenti nelle ore di riposo, indispensabili per riprendere fiato in un lavoro che spesso è pesante sia sul piano fisico che su quello psicologico, riesce ad alleviarla un poco: si può parlare dei figli, dei nipoti, del paese nella propria lingua, festeggiare i propri compleanni e le proprie ricorrenze.

Non è come essere a casa ma in qualche modo può darne l’illusione.